Le tre regole della gestione conflitti

(The three rules of conflict management)

San Valentino si avvicina, con i suoi cioccolatini, le cenette a lume di candela, i regali, le promesse e le sue parole, ahimè spesso contraffatte. Auguro a tutti di gioire

con sincerità del proprio San Valentino e anche… di sopravvivere a esso! San Valentino mi fa anche riflettere sul fatto che si rischia di essere o fare gli innamorati per un giorno e poi rendersi la vita difficile per il resto dell’anno: litigando, giudicando, criticando, parlando male del partner.

Un po’ come mi è capitato di osservare, in tutti questi anni, nei comportamenti assunti dalle persone, nelle aziende per le quali ho lavorato.

Per questo motivo, condivido con voi le tre regole della gestione conflitti, la guida semiseria, e certamente non esaustiva, per far tornare l’amore, anche in ufficio.

  1. Consapevolezza che la relazione con l’altro è difficoltosa

Creare una relazione con l’altro è difficile, per definizione. L’altro è diverso da noi. Abbiamo personalità, valori, abitudini, esperienze, storie di vita diverse. Comprendersi e accordarsi è impegnativo. Due mondi diversi entrano in contatto, spesso in collisione tra loro, come meteore nello spazio. Se l’altro non è sulla stessa lunghezza d’onda, sulla nostra stessa orbita, spesso concludiamo che è lui/lei che sbaglia. Peggio ancora, diventiamo tutti psicoterapeuti ed è l’altro che ha un problema suo da risolvere. Ammettetelo, lo avete fatto tutti! Così iniziamo da “Le tre regole della gestione conflitti”.

In realtà, solo partendo dal riconoscimento che la relazione con l’altro – diverso da noi – è difficoltosa, che ci offre una resistenza, possiamo interpretare questa difficoltà come lo stimolo da cui partire per cercare le risorse interiori. Utili ad affrontare il rapporto in maniera efficace e produttiva. Il problema, fa muovere i nostri neuroni per creare nuove sinapsi e ci spinge a cercare una soluzione anche inconsueta. Qual è la salute dei vostri neuroni? Impigriti? Vediamo se le regole seguenti, riescono a smuoverli.

  1. Non giudicare e/o criticare

Il conflitto sorge dalla mancanza di rispetto verso la vita, la propria e quella altrui. Ogni vita, invece, è degna di rispetto. Se critichiamo, giudichiamo, etichettiamo l’altro, stiamo mancando di rispetto a noi stessi prima che agli altri. Desideriamo colpire l’altro, invece intossichiamo noi stessi e ci condanniamo a vivere proprio in quell’inferno che abbiamo attribuito all’esterno.

Il rispetto verso gli altri e verso la vita si manifesta, quindi, attraverso il dialogo, la pazienza, la tolleranza, il chiarimento, senza giudicare e criticare. Impegnandosi a scegliere sempre il pensiero migliore. La parola più incoraggiante. L’azione più empatica.

Scegliere questi comportamenti è un esercizio continuo, difficile ma non impossibile e porta grandi frutti. È una ricerca continua della creazione di valore. Non significa essere buonisti o sciocchi ma agire profondamente la propria umanità e riscontrare che quella altrui emergerà di conseguenza.

Come fare? Per prima cosa analizziamo quali comportamenti ci hanno dato fastidio e fatto nascere l’etichetta. Poi valutiamo la ragione per cui quei comportamenti ci hanno dato così fastidio, alla luce deinostri filtri fatti di principi, valori, cultura, esperienze, abitudini, etc. Infine allarghiamo la sfera dei comportamenti osservati nell’altro, alla ricerca di novità, rispetto all’etichetta attribuita. Pensiamo per un momento a noi stessi: siamo molto “di più”, siamo molto più sofisticati, ricchi e complessi delle etichette che ci hanno dato. E se lo siamo noi, lo sono necessariamente anche gli altri. Non esistono dicotomie: non esistono buoni o cattivi, vittime o carnefici, sapienti o stupidi, esistono solo esseri umani, che agiscono comportamenti che nell’arco di una stessa giornata, continuamente, possono essere positivi o negativi.

A questo punto agiamo. e spezziamo la catena della critica e del giudizio verso gli altri. Gli altri siamo noi.

  1. Cambiare per primi i propri comportamenti

Cambia te stesso, l’altro cambierà. È questo dunque l’aforisma della felicità? A mio avviso, sì. Per questo è finita tra le tre regole della gestione conflitti. È l’unico modo possibile, attraverso il quale migliorare le relazioni in ufficio e nella vita affettiva. Senza nutrire irrazionali aspettative sul fatto che anche gli altri debbano cambiare. Perché perdere tempo nell’impresa titanica di voler cambiare gli altri? Intanto, cambio io. Perché perdersi nel labirinto della critica ai comportamenti altrui? Scegliamo la strada più semplice, che è quella di cambiare noi. Siamo la persona che conosciamo meglio nella nostra vita, è più facile lavorare su noi stessi che sugli altri, vero? Come?

Dopo Le tre regole della gestione conflitti in tre passi passiamo: Analisi della situazione. Valutazione delle conseguenze. Individuazione delle soluzioni.

Analisi della situazione

Valutiamo la situazione attuale. Finora come abbiamo affrontato il conflitto? Cerchiamo la pace o la guerra? Ci comportiamo come Trump e Kim Jong Un? Siamo soddisfatti o non ne possiamo più? E qual è il nostro indice di felicità, qui e ora, nella relazione con l’altro, in amore o in ufficio? Se il nostro “metodo” non ha funzionato, invertiamo la rotta e agiamo diversamente ma sempre con gradualità, mi raccomando. Avete ancora dubbi sulla preferibilità del cambiamento? Passiamo al secondo punto.

Valutazione delle conseguenze

Chiediamoci qual è il prezzo che il nostro cuore, il nostro fegato e il nostro intestino hanno pagato finora sull’altare dell’inconsapevolezza e del conflitto. Abbiamo pagato abbastanza? Siamo, ormai da tempo nel bel mezzo di una crisi di nervi? Nutriamo quotidianamente pensieri oscuri verso il partner o il capo o il collega? Prima di andare incontro a situazioni irreparabili, valutiamo anche quale potrebbe essere il prezzo da pagare in futuro, se non decidiamo di agire da subito. Ce la farei a vivere in questa situazione conflittuale per i prossimi 5 anni? Sarebbe accettabile per me?

Se la risposta a queste domande è data in apnea, con un senso di nausea e dal vostro interno sale un enorme “NOOOO, Basta!!!” allora siete salvi. Vuol dire che siete cotti a puntino e pronti a tutto pur di cambiare. Andiamo al terzo punto.

Individuazione delle soluzioni

Qui ci vuole creatività, per individuare azioni diverse da quelle agite di solito. Non vi sentite creativi? Allora ci vogliono strumenti, competenze, tecniche. Non basta? Allora ci vuole un bravo coach che vi spieghi anche le tre regole della gestione conflitti.

La creatività, le risorse, quasi sempre, le abbiamo già dentro di noi. Quando siamo messi con le spalle al muro, quando serve, tiriamo fuori comportamenti positivi inaspettati. Altre volte un buon libro, l’osservazione di chi gestisce il conflitto meglio di noi, un corso di formazione, possono aiutare. Ma sicuramente lavorare con un buon coach vi da maggiori garanzie di successo. Il coach saprà bilanciare il lavoro sugli strumenti di comunicazione efficace, con quello sulle credenze e le percezioni che da tempo vi stanno impedendo di uscire dalla situazione conflittuale. Vi aiuterà a focalizzarvi continuamente sulla vostra responsabilità personale alla risoluzione del problema. Se voi vi siete cacciati in questa situazione, voi siete la persona migliore che vi potrà aiutare a uscirne!

Smettete di lamentarvi degli altri, smettete di commiserarvi, voi avete in tasca la chiave della gestione e della risoluzione del conflitto. Io sono qui per aiutarvi, con semplicità e generosità.

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